Read the article about Ivan Mazuze in the Italian Press.
- AFROLINKAGE

- Jan 5
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Updated: Jan 6
Ivan Mazuze «rivelazioni» universali.
in il manifesto 05/01/2026
JAZZ/IL SASSOFONISTA MOZAMBICANO RACCONTA IL SUO RECENTE ALBUM «PENUKA». TRA AFRICA, ARABIA E INDIA«Ho assemblato timbri, pattern ritmici e scelte armoniche per rappresentare un intreccio sonoro personale che racconti popoli, culture, commerci». Una vocazione al nomadismo quella del musicista mozambicano Ivan Mazuze. Per molti è la via maestra per l’affermazione individuale e per far conoscere il valore (non solo sonoro) del Black Continent. Mazuze (sax, flauto) ha iniziato gli studi nel 1987 in patria (National Music School), si è poi trasferito alla Cape Town University, in Sudafrica, laureandosi al Dipartimento di Jazz e Musicologia e conseguendo un master in Etnomusicologia. Qui nel 2002 ha vinto come compositore l’Old Mutual Competition e dato vita alla sua casa di produzione/ edizione Imazuze Music. Dal 2009, quando si è trasferito in Norvegia dove tuttora risiede, ha iniziato a pubblicare apprezzati album da leader: «Maganda», «Ndzuti», «Ubuntu» e «Moya» fino ad arrivare a «Penuka», uscito nel 2024, commissionato da Global Oslo Music e finanziato dal Consiglio norvegese delle arti.

Avevo già intervistato per il manifesto Ivan Mazuze nel 2012, quando era in Italia per promuovere il suo album Ndzuti, che vedeva anche la presenza del pianista Omar Sosa. La sua figura di sassofonista-compositore mozambicano, residente da tre anni in Norvegia e impegnato a diffondere una musica interetnica, mi aveva interessato e colpito. Allora ci fu un dialogo diretto mentre nel 2025 abbiamo comunicato a distanza, tramite mail e Riccardo Rozzera (Carta da Musica) che ringrazio per la disponibilità. Mazuze ha risposto con precisione e puntualità a domande attorno a vari temi e al suo recente lavoro Penuka(Globalsonic; «rivelare» nella lingua mozambicana xichangana). Vi si indaga soprattutto l’incontro tra musiche africane, arabe e indiane, con ospiti tra cui Maxwell Vidima (cantate-chitarrista dello Zimbabwe), Reshail Mansoor (cantante pakistana), Rohini Sahajpal (sitarista indiana), Khaleed Laaquam (vocalist gnawa).
Partiamo dal suo ultimo album «Penuka» e da una considerazione generale. Di solito gli europei hanno un’idea statica, «folklorica» in senso limitativo e poco storica delle musiche africane come delle loro interrelazioni con altri patrimoni sonori. Mi sembra che il suo album si muova, invece, in tutt’altra direzione celebrando i legami tra Africa, mondo arabo e mondo indiano…
Penuka è nato come una vera e propria mappa d’ascolto per capire come il commercio, le migrazioni e gli incontri culturali – realizzati attraverso l’Oceano Indiano, il Sahel e il mondo arabo – abbiano plasmato i linguaggi musicali. Piuttosto che presentare cartoline «folk» statiche, l’album tratta motivi, modi e ritmi come materia viva riflessa attraverso la composizione contemporanea e l’esecuzione d’insieme. Volendo semplificare, i dieci brani del disco possono dividersi in un gruppo dall’influenza prevalentemente indiana (Bongile, Ayan e Nhaka), un altro più araba (Adufo, Kanawa) e un terzo che illustra maggiormente i rapporti (culturali e musicali) tra popoli africani (Penuka, Mamidje e Yangulanu), più un riferimento alle musiche latine (M&S).
Dalla Norvegia, dove risiede, ha tracciato un atlante sonoro che non è solo personale ma coinvolge e racconta popoli, culture, commerci. È così?
Sì. Le dieci tracce danno vita a fili intrecciati. Dalla Norvegia, in cui vivo dal 2009, ho assemblato timbri, pattern ritmici e scelte armoniche per raccontare un atlante sonoro, compatto e personale, fatto di commercio, migrazione e conversazione musicale.
Lei vede con un’ottica positiva la migrazione e lo scambio, opinione che condivido; in questo periodo, però, le guerre e la politica dei dazi e antimmigrazione vanno in un’altra direzione. Cosa ne pensa?
Considero la migrazione e il commercio come autentiche forze creative che costruiscono identità ibride e producono ricchezza culturale. Le barriere politiche e il sentimento anti-immigrazione rendono più difficile il movimento, ma rendono anche più urgente lo scambio artistico, perché l’arte può mantenere visibili le storie e resistere a narrazioni riduttive.
Vorrei chiederle, in senso più strettamente musicale, come riesce ad introdurre un’improvvisazione di carattere jazzistico per i suoi strumenti (sax soprano, alto e tenore; flauto) all’interno di strutture ritmiche e riferimenti melodici tradizionali.
Interiorizzo la grammatica ritmica e melodica tradizionale in modo che l’improvvisazione nasca da quella logica anziché essere imposta. Le tecniche jazz – sviluppo delle melodie, fraseggio, colore armonico – agiscono come un vocabolario aggiuntivo. Gli arrangiamenti lasciano così spazio ad assoli che rispettano il groove e lo ampliano, creando una relazione dialogica piuttosto che dirompente.
Ho molto apprezzato «Mamidje», in ricordo di suo fratello scomparso e in omaggio ai rituali di possessione spirituale. Ci vuole dire qualcosa su questo particolare brano?
Mamidje è stato scritto per mio fratello e attinge alle tradizioni della trance e della possessione. Utilizza ostinati ripetitivi, figure a chiamata e risposta, repentine e fulminee improvvisazioni per evocare un’atmosfera rituale in cui le voci emergono e si ritirano, fungendo sia da elegia personale sia da ricordo collettivo.
Senza nulla togliere agli altri brani, ho trovato molto coinvolgenti «Kanawa», con i suoi riferimenti allo stile gnawa del Marocco, e «Yangulanu» che unisce elementi musicali da Mali, Gambia e Senegal. Culture africane e arabe hanno vari punti di contatto. Quali, secondo lei?
Kanawa incanala la sensibilità gnawa con un impulso ipnotico, un basso ostinato e un fraseggio meditativo; Yangulanu intreccia elementi musicali provenienti da Mali, Gambia e Senegal in un flusso continuo. Entrambi mantengono groove potenti e assimilabili alla trance, consentendo al contempo variazioni melodiche e solistiche che collegano in maniera fluida i territori. Caratteristiche comuni tra le culture musicali africane e arabe sono i sistemi modali con inflessioni microtonali, una logica ritmica stratificata che supporta poliritmi, le forme sociali di chiamata e risposta e funzioni rituali simili. Queste sovrapposizioni riflettono secoli di scambi attraverso rotte commerciali, pellegrinaggi e reti costiere.
L’album è molto elaborato a livello tecnico e di missaggio. Come cambia la sua musica nella dimensione dal vivo? Tenendo presente che sono attività differenti e complementari, preferisce i concerti o il lavoro in studio di incisione?
Il lavoro in studio mi permette di scolpire le texture, fare mix raffinati e stratificare i suoni con precisione. L’esibizione dal vivo spalanca la musica: i tempi respirano, gli assoli si estendono e l’alchimia d’insieme rimodella gli arrangiamenti in modo spontaneo. Lo studio è scultoreo e intimo; il palco è immediato e cinetico. Concerti e lavoro in studio hanno lo stesso valore perché soddisfano esigenze diverse. Lo studio affina e documenta le idee; i concerti le mettono alla prova e le stimolano attraverso lo scambio diretto con gli ascoltatori. In questo momento il palcoscenico rappresenta la gioia più grande; lo studio soddisfa l’artigianato e la permanenza.
So che di recente si è esibito a Maputo, capitale del suo Mozambico. Cosa si prova a suonare in patria per un pubblico di suoi conterranei?
Suonare a Maputo è un’esperienza toccante e intima, perché gli spettatori condividono i riferimenti ritmici e culturali che hanno ispirato la mia musica. Far conoscere Penuka a casa è stato come restituire la ricerca e l’immaginazione del progetto alle tradizioni vive che lo hanno generato, creando un riconoscimento reciproco potente e umile.
L’ho intervistata per «il manifesto» nel 2012, quando uscì il suo album «Ndzuti». Può sintetizzare, se possibile, i maggiori cambiamenti che ha vissuto, come uomo e come artista, negli ultimi tredici anni?
Dopo Ndzuti ho approfondito la mia ricerca sulle musiche rituali e regionali, ho ampliato la scelta della strumentazione e degli ensemble, ho assunto un maggiore controllo sulla produzione e sul missaggio. Personalmente sono più fermo nel bilanciare curiosità e responsabilità nei confronti delle tradizioni originali; artisticamente sono passato dall’esplorazione delle radici alla mappatura intenzionale di connessioni e dialoghi tra tradizioni.
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